Da qualche tempo avevo in mente di commentare un libro interessante che ho letto quest'estate e proprio in questi giorni è uscito un altro volume che tratta lo stesso tema, quindi mi viene ora spontaneo farne un discorso cumulativo. Sto parlando di due brevi romanzi italiani, "Piccolo testamento" di Gabriele Dadati (Laurana editore) e "La luce prima" di Emanuele Tonon (ISBN).
Entrambi i testi trattano il tema del lutto. Nel testo di Dadati a morire è un amico del protagonista, un compagno di lavoro che è anche, e soprattutto, un maestro. In quello di Tonon è la madre a venire a mancare. I due autori scelgono un approccio differente. Il primo struttura il romanzo optando per la strada dell'autofiction: è facile riconoscere nella figura di Vittorio il critico d'arte Stefano Fugazza, che aveva fondato e diretto con Dadati la rivista di narrativa e arte contemporanea "Ore piccole". L'autore trasforma l'elaborazione del lutto in materia narrativa e costruisce un romanzo nel quale aspetti palesemene autobiografici si alternano e confondono con elementi di finzione letteraria. Questo artificio gli permette di affrontare il soggetto con estrema lucidità: l'intera esperienza (la malattia dell'amico, la morte, il funerale, i rapporti successivi con la famiglia, le gestione dei lavori lasciati in sospeso...) viene quasi vivisezionata con uno sguardo chirurgico. Vittorio viene ritratto con i suoi pregi e i suoi difetti. Il discepolo affronta la figura del mentore, lo distrugge, ne sopravvive. Impara fare i conti con un'assenza che sa già essere incolmabile. E' un uomo che ha perso il suo doppio. E' un alunno che ora deve trovare la strada da solo. Forse, a sua volta, dovrà indicarla a qualcuno dopo di sé.
Se Dadati usa la chiave del distacco, Tonon al contrario sceglie di immergersi totalmente nel dolore, in maniera assoluta, dicharatamente autobiografica e senza possibilità di remissione. "La luce prima" è un'immensa dichiarazione d'affetto di un figlio verso la madre e il lettore non può che rimanere toccato e turbato dall'uso dei termini "amore", "amoruccio mio", con cui l'autore si rivolge alla defunta. Tonon sembra scarnificarsi sulla pagina, privo di remore o pudori racconta dei sacrifici che la donna ha dovuto fare per lui, figlio illegittimo di madre sola. Racconta della loro povertà, dell'impossibilità della donna di curarsi e di pagare le bollette, del rifugiarsi di lui nella scrittura e nell'alcol, della propria incapacità, violenta, di accettarne la morte. Racconta senza nascondersi, senza risparmiarsi. Usa termini dolcissimi e parole violente, parla di amore così come di sborrate, non ci sono sfumature, è tutto assoluto.
Il modo, diverso ma altamente letterario, con cui questi due giovani autori intorno ai trent'anni affrontano il tema, la coincidenza delle loro pubblicazioni ravvicinate, sono elementi che non passano inosservati. Da più parti se ne sta parlando, spesso mettendoli a confronto, non sono certo il primo a farlo. Sono due letture non convenzionali. Possono coinvolgerci, respingerci, commuoverci, suscitare compassione o repulsione, ma non lasciarci indifferenti. Penso che per questo valga la pena affrontarle.